Per guardare il panorama, procediamo così: mio fratello mi conduce fino al bordo della finestra, poi, indicando con una mano, e tenendo sollevata la mia testa con l’altra, inizia a descrivere il paesaggio, che io a causa dei miei problemi con la vista non riesco a distinguere. Mio fratello mi parla di come procede il lavoro nei campi, e della costruzione della cattedrale; mi descrive le parate militari, e si esalta a parlare della potenza della nostra repubblica; quando c’è una festa, mi descrive i costumi, i balli, il cibo e le persone, e la forma delle nuvole; mi descrive le fasi della luna, le traiettorie degli uccelli migratori e delle stelle; mi prende la mano e quasi mi fa sentire il contorno della montagna, il bordo del lago; conta per me il bestiame che viene condotto al mattatoio, e le merci che da ogni parte arrivano nella capitale. Quando mi parla del panorama, mio fratello mi fa sentire come se io fossi una regina, e il panorama il mio reame.
Altre volte sono io a descrivere a mio fratello quel che si vede dalla finestra sfondata. A seconda del clima e del mio stato di salute, descrivo a mio fratello voragini popolate da ramarri neri, macchine volanti mezzo lacerate che si trascinano malamente nel cielo, sbatacchiando contro le rocce, precipitando attraverso le costellazioni come foglie che cadono, il fossile di un gigante sdraiato, al cui interno la gente ha costruito una città (vedo chiaramente i panni stesi sotto l’arcata dei denti spalancati), e l’arcaico sistema di canali, cascatelle, minuscoli stagni, su cui si regge l’ordine economico e politico di quella città.
Mio fratello, in fondo in fondo, è ancora un bambino. Quando gli descrivo il panorama, vuole che gli tenga una mano sugli occhi. Dice che così a volte gli sembra di vedere le cose di cui gli parlo. So che lo dice semplicemente per non farmi sentire sola, ma a volte mi viene da pensare che forse dice la verità, e che davvero quando gli tengo una mano sugli occhi anche lui veda il panorama che vedo io, come se le mie mani fossero una specie di occhiali.
(Dopo un po’ che parlo, non riesco più a capire se sto realmente descrivendo quello che vedo, o se non sono piuttosto le parole a evocare le immagini. A volte continuo a descrivere il panorama finché non mi addormento, e le parole si mescolano con il sogno, e non si riesce più a capire se sto parlando del panorama o del mio sogno. Allora mio fratello mi prende in braccio e mi porta a letto, e io continuo a sognare fino al mattino; sogno il panorama che entra nella nostra casa, penetra nei corridoi trasformandoli in caverne e foreste, rovesciandosi come un uccello preistorico, gigantesco e morente, sprofondando nella vasca da bagno, sbriciolando i microfossili intrappolati nelle piastrelle.)